Di paesaggi ne abbiamo visti un’infinità, in questi ultimi anni. Potremmo dire: nell’ultimo decennio, e qualcosa di più. Che la pittura di paesaggio sia stata uno dei generi più praticati, e ri-praticati, negli ultimi dieci-quindici anni, in Italia e altrove, è uno dei punti ormai indiscutibili e da cui è difficile prescindere, quando si parla dell’arte italiana di questo incerto passaggio di secolo. Su questo tema – la ripresa e ridefinizione dei generi tradizionali della storia dell’arte – ho imbastito una mostra, nel 2001, che in un modo o nell’altro ha segnato uno spartiacque nell’arte di quegli anni, e di quelli a venire. La mostra si chiamava “Sui generis”, ed è stata una delle più visitate in assoluto del Padiglione d’arte contemporanea, a Milano. Il punto che affrontava – e che dopo quella mostra è diventato, potremmo dire, un dato acquisito – era il tema della rivisitazione in chiave contemporanea del “genere”. Un tema non scontato: fino a quel momento, parlare di generi aveva il sapore delle “piccole cose di pessimo gusto”, come parlare di merletti o di tombolo. Il concetto di “genere”, infatti, dopo il diktat avanguardista che lo relegava tra le anticaglie del pensiero artistico, era divenuto una sorta di tabù per l’arte più evoluta e più attenta ai linguaggi sperimentali e d’avanguardia. L’anatema futurista (“E che diremo degli specialisti? Suvvia! Finiamola, coi Ritrattisti, cogl’Internisti, coi Laghettisti, coi Montagnisti!… Li abbiamo sopportati abbastanza, tutti codesti impotenti pittori da villeggiatura!”), a cent’anni e passa dal primo, storico manifesto del 1909, aveva (e in parte ha) ancora una forte presa sugli artisti che non vogliono correre il rischio d’essere considerati “passatisti”, che è poi la lebbra peggiore che possa attecchire su chi si occupa e pratica l’arte nel secolo delle avanguardie.
Ma. C’è un “ma”. Da una quindicina d’anni e passa a questa parte, appunto, qualcuno ha cominciato ad accorgersi che, senza predicare inutili “ritorni all’ordine” di cui nessuno sente il bisogno, c’era però, nel corpo della società e della cultura, un bisogno di ripescare dalle esperienze passate – anche pre-avanguardiste – per provare a ragionare in termini contemporanei. C’era la necessità, soprattutto, di smetterla coi diktat, gli steccati, i tabù. Di mescolare piani, livelli di lettura, habitat diversi, pubblico di riferimento.
Non era, e non è, un fenomeno isolato al solo linguaggio (se si può ancora parlare di linguaggio per un soggetto che ha perso volontariamente i confini dei linguaggi, per invaderli indistintamente tutti) dell’arte visiva, ma che riguarda anche il cinema, la letteratura, la televisione. È un fenomeno fortemente radicato nella stessa cultura postmoderna (dunque che data, nel suo fenomeno più ampio, da una ventina d’anni buoni), e che ha visto, in questi anni, il recupero e la ridefinizione di generi “bassi” e “popolari” come il noir, la fantascienza, il fantasy, all’interno della cultura cosiddetta “alta”: pensiamo al fenomeno del successo di molta letteratura noir, al cinema splatter, a Tarantino e ai suoi epigoni, alle grandi saghe di fantascienza o al ritorno di molto cinema e letteratura fantasy, da Tolkien in poi, un tempo considerata roba buona per ragazzini un po’ disadattati o per nostalgici fuori dal tempo.
In questo contesto, il recupero del “genere” in pittura è stata un’operazione spontanea, voluta e praticata “dal basso”, cioè dagli stessi artisti, senza interferenze e teorizzazioni a priori, che si inseriva, in maniera fluida e lineare, nel medesimo solco che, contestualmente, stavano tracciando coloro che praticavano la scrittura, il cinema, la televisione. Un recupero, appunto, di generi tradizionali, fino ad allora snobbati perché considerati “bassi” o popolari, selvaggiamente e felicemente mescolati a riferimenti alti e a linguaggi colti e complessi, all’interno di un nuovo modo generale di concepire l’opera: che smetteva così di avere obblighi di gerarchie, elitarismi forzati, inutili snobismi formali.
Francesco Santosuosso si è inserito, non da ieri, in questo solco, con un suo percorso assai coerente e indiscutibilmente lineare. Proveniente dall’universo dell’illustrazione e del fumetto (dunque da quel vasto serbatoio di linguaggi e di riferimenti che recano già in sé le tracce di una vocazione autenticamente e genuinamente popolare, da “quell’impasto illustrativo”, come ha scritto Goffredo Fofi nella presentazione di uno dei primi cataloghi dell’artista, “di cui si pasce la società dell’immagine”), ha poi pian piano sconfinato nell’arte con la “A” maiuscola, senza tuttavia mai rinnegare le sue origini e il suo background. Ha cominciato eseguendo ritratti “metropolitani”, dalle atmosfere ruvide e spigolose, che risentivano molto di certe atmosfere alla Metal Hurlant, alla Humanoides Associés, ovvero di quel brodo di cultura, tra fumetto, immaginario fantascientifico e cyberpunk, di cui molti dei giovani degli anni Ottanta si sono voracemente e confusamente cibati, cominciando però nel contempo a ragionare sulla differenza tra meccanismo illustrativo e linguaggio pittorico da un lato, e sull’idea, e sul senso, della riflessione sul nostro paesaggio quotidiano e simbolico dall’altro. Da questa duplice chiave di ricerca potremmo dire che, ancora oggi, Santosuosso è tenacemente avvinto. La sua è un’attività dinamica, fervida, operosa, che non smette di cercare, di scavare, di immaginare altri modi e altre chiavi di lettura simbolica del reale, sempre a partire dall’immagine dipinta.
Per anni, Santosuosso ha lavorato sul cuore della città.
La città (Milano) è diventata, potremmo dire, la sua cifra stilistica, il suo inesausto campo di sperimentazione e di ricerca. Il territorio urbano si è così trasformato, negli anni, per Santosuosso, in un crocevia di storie, di energie, di riferimenti incrociati: e nello stesso tempo in un grumo di simboli, di schemi, di stilemi, complessi agglomerati di riferimenti linguistici e visivi: scritte, simboli, segnali, segni, lettere, testate, monumenti; la città è tornata, nei complessi e articolati schemi visivi santosuossiani, simili per molti versi a certe carte topografiche arcaiche, dove la pianta geometrica della città e i suoi riferimenti simbolici reali (monumenti, palazzi, alberi, mura, etc.) erano inestricabilmente fusi in un unico, articolatissimo insieme, a essere ciò che nel nostro profondo immaginario è sempre stata: un crocevia, appunto, di energie contrastasti e confliggenti, un inestricabile coacervo di segni, di volti, di suoni, di rumori, di immagini, di colori disarmonici e contrastanti, dotati, tuttavia, di una loro intrinseca e fortissima carica allegorica.
In questo suo ultimo, felicissimo ciclo pittorico, Santosuosso ha indiscutibilmente compiuto un ulteriore salto nella sua ricerca di chiave interpretativa simbolica del reale. E lo ha fatto, paradossalmente, allontanandosi sempre più dal nostro immaginario quotidiano. Non c’è più la città, non ci sono più i volti che vediamo ogni giorno sugli autobus o nei vagoni della metropolitana, non ci sono più i riferimenti al cinema o all’illustrazione di taglio fantascientifico e cyberpunk che potevano filtrare tra le righe dei suoi primi esperimenti pittorici.
C’è solo un vasto, fremente orizzonte segnico e plastico che affonda le mani nel nostro più profondo immaginario ancestrale, e pesca, alternativamente, dal bacino della grande tradizione romantica da un lato, da certo espressionismo rivisitato in chiave ipercontemporanea, dal linguaggio e dagli stilemi dell’informale europeo, e da un indistinto background da saga fantasy dall’altra: apparentemente, una pittura tradizionale di paesaggio, che ha però conservato nella sua memoria più profonda tutto un gusto d’accademia rivisitato però in chiave, potremmo dire, pop, una maestria tecnica messa al servizio di una mente fervida e astutamente eccitata e divertita nel rimescolare incessantemente le carte del nostro immaginario, quasi ci trovassimo a fare i conti con la perizia d’un pittore di marine che volesse divertirsi a riprodurre i fondali di un Moby Dick dell’era postindustriale e postatomica: ecco allora alternarsi sconfinate pianure, montagne, aurore, bagliori, fumi, cieli, persino immagini cosmiche e stellari, e poi cucuzzoli di isole che all’improvviso emergono da immensi e tormentati mari in tempesta, e acque, e onde, e flutti, tutto un diluvio universale simbolico e allusivo d’un guazzabuglio interno ai nostri più privati moti dell’anima, ai nostri sogni e drammi più segreti, al nostro agitarci e contorcersi nelle spire della vita quotidiana senza sosta, senza pace, senza alcun sollievo; tutto un sentore che è insieme profondamente radicato nella storia della pittura occidentale (quasi un repêchage tardottocentesco, un rifluire di quell’humus da romanticismo nero, gotico, portato in auge dai pittori dell’immaginario che furono tanto cari a Giuliano Briganti, e oggi rivisitato in chiave pop, da sturm und drang in salsa contemporanea), e che dall’altra strizza l’occhio, consapevolmente, a certa illustrazione popolare da copertina Urania, alla Karel Thole, o alla Giger, quasi assistessimo a un moderno rimescolarsi di elementi di pittura “cosmica” tardottecentesca o addirittura primofuturista (pensiamo ai quadri “cosmici” di Armaldo Ginna o a quelli di Tullio Crali, ma anche alla Pittura nucleare di Baj e Dangelo, al loro voler “reinventare la pittura” attraverso la “disintegrazione delle forme”, dove “le forze sono le cariche elettriche”, e “la verità non vi appartiene”, poiché “è dentro l’atomo”), con elementi volutamente prelevati dal corpo della cultura di massa: illustrazione, residui d’accademia, immaginario cinematografico e cartoonist; il tutto volutamente mescolato e ripescato in chiave ironica e giocosa, ma allo stesso tempo anche serissima, eccitata, partecipe, fremente: quasi ci fosse, in quel saper sapientemente mescolare tutto (riferimenti colti e popolari, alti e bassi, strettamente inerenti al linguaggio della pittura e indiscutibilmente extrapittorici), la padronanza e la consapevolezza di chi sa che oggi, che anche l’epoca del postmoderno è superata, non c’è più spazio neppure per il gioco ironico e scoperto dei riferimenti e delle citazioni, ma solo per un sapiente rimescolamento di ogni stilema, di ogni riferimento, di ogni frammento di conoscenza visiva che la nostra retina ha saputo e voluto registrare.
Chi avesse scambiato la pittura di Santosuosso per una banale riproposizione di una “normale” pittura di paesaggio, si dovrà ricredere: la sua forza, la sua originalità sta nel fatto di sapersi nascondere, mimetizzare, infiltrare sotto la pelle di una forma apparentemente classica e (ri)conosciuta, per poter rinascere come elemento nuovo, originale, genuinamente contemporaneo.